
In occasione del decimo anniversario della morte dell'Arcivescovo Bommarco, l'intervista del direttore del Settimanale Voce Isontina a don Maurizio Qualizza, già suo segretario.
Come ti chiese di diventare suo segretario? - Non me lo chiese. In quell'anno l'arcivescovo era ricoverato in rianimazione a Gorizia e ormai le sue condizioni erano disperate, mi cercò e me lo disse un'infermiera di servizio in rianimazione con le parole "non reagisce, si lascia andare". Gli scrissi allora un biglietto, che la stessa glielo portò, dove esprimevo la mia disponibilità totale al suo servizio dal momento stesso in cui l'avrebbe letto. Dopo un paio di giorni trovò la forza di reagire, confidando in un "alleato"; me lo scrisse con scrittura tremolante, sempre dal reparto di rianimazione, su un'immaginetta che conservo della Madonna di San Salvador di Cherso.
Il lato del Bommarco uomo, sacerdote e religioso che maggiormente ti piace ricordare di lui? - L'uomo prima di tutto, cioè l'umanità che emergeva nel quotidiano: certamente nelle relazioni personali, quando si trovava con i conterranei, quando incontrava il mondo degli ammalati e non faceva "pesare o vedere" il suo essere frate, sacerdote, vescovo; questo gli altri lo capivano e lo ritagliavano "dentro" la sua umanità come molti me lo confidavano sempre. Del sacerdote ricordo invece la pazienza e la misericordia nell'esercitare il sacramento della penitenza. Quando, spesso, veniva a confessare a Gradisca, aveva una fila che non si è mai ripetuta con nessuno; del religioso invece l'essere semplicemente frate tra i frati nelle tante famiglie religiose dei conventi che si visitava, e soprattutto la fedeltà allo spirito della sua professione religiosa che esteriormente, anche nel saio, diceva il suo amore per la povertà e la semplicità.

La devozione mariana era una delle caratteristiche del suo essere religioso... - La testimonianza particolare sono i suoi tre rosari al giorno dei quali io non mi capacitavo. Poi scoprì che erano da attribuire alla spiritualità di San Massimiliano Kolbe e di Giovanni Paolo II e leggendo la vita di Padre Kolbe, e attraverso le confidenze fattomi su Giovanni Paolo II, quante cose in comune... Della Madonna era innamorato al punto che, per dire, negli ultimi anni ha corso il rischio di fare, a piedi il Monte sovrastante Cherso per celebrare il 15 agosto a San Salvador. Ma tenne la barra dritta da Provinciale e Generale in tante parti del mondo quando montava, anche tra i suoi frati, la critica e la crisi a tanti aspetti della Chiesa. Credo che indicasse loro le "luci di posizione" che bisognava tener vive, la santità di Francesco, di Antonio, di Kolbe, di Maria.....

Il ritornare a Cherso era per lui soprattutto un riposo del cuore, un far parte del creato, un sentirsi frammento di esso e frammento amato. Francescanamente parlando, ritornava alla sua Porziuncola, alle radici, per abbeverare lo spirito. Quante preghiere nelle "ferie"! lo sa bene padre Renato, che fu per decine di anni di fatto il suo segretario estivo.
Come visse gli anni da emerito? - Beh! Col desiderio palese di ritornare alla vita del convento, cioè alla fraternità, che per lui era una valore fondamentale. D'altra parte si sentiva ancora "in dovere" di portare a compimento, in accordo con il nuovo Ordinario, alcuni lavori incompiuti. Non gli vennero richiesti molti consigli e io oggi penso a quante défaillance è andata incontro la nostra Diocesi...nulla si inizia da zero. Se penso che Padre Bommarco da Generale dell'Ordine non solo tenne in considerazione intuizioni e progetti del suo predecessore Basilio Maria Heiser, ma cercò di realizzare anche alcuni sogni più lontani nel tempo, che di fatto non gli appartenevano, di Padre Kolbe per lo stesso Ordine Conventuale, e diversi sono stati profetici, fonte, ad esempio, di tante vocazioni e di un respiro missionario a 180 gradi.

La Clausura ha indubbiamente una storia più articolata; certo è che la desiderava per rimettere al centro il primato dell'essere, della contemplazione; Pensare lui super attivo.... Spesso diceva non si può solo fare, e lo diceva anche conoscendo il grande impegno pastorale dei suoi preti. Del resto lui pregava credo non meno di tre ore al giorno. Desiderava dare un'anima alla sua Chiesa, che l'istituzione del Monastero richiamasse a quella parte migliore, di cui parla l'Evangelo, ma desiderava anche recuperare una delle peculiarità della tradizione aquileiese. La sua ricca esperienza, anche di "fondatore" di monasteri gli diceva che questi potevano essere il parafulmine per il popolo di Dio, dove le persone non potendo più trovare i preti, comunque avevano anime di Dio a cui riferirsi. Oggi, credo, guai se non ci fossero queste due realtà! di esse può parlare chi le vive, le conosce, ascolta le persone che ne fruiscono.
Cosa resta oggi della sua esperienza? - Non sono solo le tante opere che parlano e simbolicamente la sua Aquileia. Qui, sì, resta anche una grande nostalgia, ma di un vescovo dirà sempre la Storia e non i suoi contemporanei cosa resta.

Don Maurizio Qualizza