10155045 10203087928454939 3173568452301656275 nQuest'anno ricorrono 10 anni dalla morte di P. Antonio Vitale Bommarco, Arcivescovo Metropolita di Gorizia, già Ministro provinciale dei Frati del Santo e già Ministro generale dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali.
Venerdì 24 ottobre una rappresentanza di Frati dei Conventi del Nord Italia si è recata nella Cattedrale di Gorizia per celebrare una S. Messa in suffragio dell'Arcivescovo.
La celebrazione è stata presieduta dall'attuale Arcivescovo Mons. Carlo Radaelli e concelebrata da Mons. Dino De Antoni, immediato successore di P. Bommarco sulla Cattedra dei Ss. Ilario e Taziano e da Mons. Eugenio Ravignani, vescovo emerito di Trieste e grande amico di P. Antonio Vitale.
Nelle foto alcuni momenti della celebrazione e giornata.
Dopo la celebrazione della S. Messa in Cattedrale a Gorizia i frati sono saliti a Sveta Gora (monte Santo) in Slovenia per onorare la Madre di Dio e poi sono scesi a Redipuglia per pregare per la pace e per i caduti della Prima Guerra Mondiale.
 
 
Qui sotto il testo dell'omelia do mons. Radaelli:
 
GORIZIA CATTEDRALE: ANNIVERSARIO P. BOMMARCO – 24 ottobre 2014

Ci troviamo qui per il doveroso e significativo ricordo di P. Antonio Vitale Bommarco, francescano, vescovo di Gorizia dal 1983 al 1999.
 
Lascio a chi lo ha conosciuto ricordare la sua vita, il suo cammino umano e spirituale secondo il carisma di san Francesco, il suo impegno di grande responsabilità nell'Ordine e il suo prezioso servizio alla Chiesa di Gorizia. Desidero però accennare a due significativi elementi della biografia di P. Bommarco, prima di riferirmi alla Parola di Dio di oggi, che sola ci può aiutare a intuire il significato profondo della vita di questo frate e vescovo.
Un primo elemento riguarda il carisma francescano e il suo legame con l'episcopato. A questo proposito, colpisce la recente scelta di papa Francesco circa l'Arcivescovo di Lubiana, una Chiesa a noi vicina: un francescano e per di più nominato il giorno di san Francesco. Si tratta di un'ulteriore conferma della vicinanza tra il carisma di san Francesco e la responsabilità pastorale che già la scelta del nome Francesco da parte di papa Bergoglio aveva chiaramente evidenziato. Due sono gli aspetti che qualificano questa vicinanza: l'impegno a riformare la Chiesa e lo stile di povertà, come presupposto necessario per un servizio ecclesiale evangelicamente assunto ed esercitato.
 
Un secondo elemento concerne la Chiesa di Gorizia. In questi due anni mi sono accorto di quanto è ancora forte l'impronta di padre Bommarco nelle scelte che tuttora caratterizzano la diocesi: gli orientamenti pastorali, il calendario di ogni anno con le sue celebrazioni, l'impostazione della curia, l'utilizzo delle diverse strutture, la valorizzazione della basilica di Aquileia, ecc. Si intuisce che qui in diocesi negli ultimi anni del secolo scorso è stato fatto un intenso lavoro da parte di una persona capace di guida e di comando.
 
Ma veniamo ora alla Parola di Dio che è stata proclamata. Come si accennava all'inizio, essa ci offre i criteri con cui interpretare nel profondo la figura di questo vescovo.
 
Anzitutto la prima lettura tratta dalla lettera di san Paolo ai Filippesi. Nel brano odierno, l'apostolo parla del «nostro misero corpo» che verrà trasformato «per conformarlo al corpo glorioso» del Signore. Un modo di esprimersi che fa pensare alla presenza della malattia e della fragilità in una persona così forte come p. Bommarco. La malattia: qualcosa che ha caratterizzato la sua vita fin dalla giovinezza, ma che non è stata di ostacolo alla sua fede e al suo cammino di servizio alla Chiesa, quanto piuttosto occasione, dolorosa e preziosa, di maturazione per un'adesione sempre più piena verso il Signore. Una difficoltà, quindi, che è diventata uno stimolo per il suo itinerario spirituale.
 
Con la malattia, anche la consapevolezza delle sue fragilità, consapevolezza che emerge con umile lucidità dalle pagine del suo "Diario dell'Anima". Ma come afferma altrove san Paolo, anche per p. Bommarco è stato vero che «quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10).
 
Il salmo responsoriale, il salmo 23, dice poi tutta la forza e la consolazione che il nostro Arcivescovo ha trovato nel rapporto con il Signore. Lui è stato davvero il suo pastore. Possiamo solo intuirlo, perché si tratta di qualcosa che riguarda il rapporto personale di questo vescovo con il suo Signore, qualcosa di molto intimo. Bellissime le espressioni del salmo: il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino; se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza; felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita. Tutte parole, sentimenti ed emozioni che p. Bommarco ha fatto propri.
 
L'episodio del Vangelo, narrato dal cap. 21 del Vangelo di Giovanni, lo conosciamo bene, ma ogni volta ci sorprende, come ha sorpreso Pietro. Alcuni elementi meritano di essere sottolineati. Anzitutto il fatto che il servizio pastorale nasca da un rapporto diretto con il Signore: è la Chiesa che chiede a qualcuno di diventare vescovo, ma alla fine è il "tu" della persona che è davanti al Signore, perché è Lui che chiama.
Poi il fatto che ciò che viene primariamente richiesto non siano capacità, competenze o impegno, ma l'amore. Una richiesta che imbarazza, perché portata all'estremo con la triplice ripetizione. Ma questo estremizzazione ti fa cogliere il tuo limite e ti fa insieme scoprire due elementi. Per prima cosa che quell'amore ti può solo essere dato: ami perché sei amato e puoi amare perché l'amore ti viene donato. Secondariamente, che non devi nascondere il tuo orgoglio e il tuo desiderio di essere più degli altri - «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?» -, ma comprendere che puoi anche desiderare di essere il più grande, allora però devi farti servo («chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti»: Mc 10,43-44), mettendo in gioco tutto te stesso, tutto il meglio di te, che è amore ricevuto, amore donato.
 
Interessante la finale del brano: «In verità, in verità ti dico: "quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi"».
 
L'evangelista annota: «Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio». In realtà prima ancora che con "quale morte", occorrerebbe dire con "quale vita". Perché la vita del vescovo è consegnata agli altri. Se posso fare un piccola confidenza personale, ricordo che un amico vescovo, incontrato qualche giorno dopo l'annuncio della mia nomina, mi disse: "diventando vescovo ti accorgerai subito che la vita non ti appartiene più". Aveva ragione. Ovviamente non occorre fare troppa retorica sulla figura del vescovo. Il "non appartenersi più" vale per molti, a cominciare dai genitori e da chi ha responsabilità sociali e non solo per i vescovi.
 
Certamente però chi è scelto a servire la Chiesa come vescovo ha questa particolare chiamata a non possedersi più, ad andare dove "un altro" – cioè alla fine il Signore, sotto la figura di persone e circostanze - ti porta. Così è stato per p. Bommarco.
 
Ma ciò che riempie di gioia è sapere che alla fine il Signore ti porta dove vuole Lui e dove vuoi anche tu: cioè nella pienezza del suo Regno, dove siamo certi c'è ora p. Antonio Vitale che oggi ricordiamo con affetto e riconoscenza affidandolo ancora una volta all'amore misericordioso del Signore.
 
+ Carlo Roberto Maria, arcivescovo
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